Come siamo messi noi, qui in occidente? Perché l’impressione è che certi valori sul lavoro, in Giappone, li prendano molto più sul serio. Basta osservare con attenzione un qualsiasi planisfero per individuare la frattura culturale tra noi e loro, profonda come le faglie che fanno tremare, in entrambi i territori, le rispettive città. Loro, limitando i danni grazie a edifici e strutture pensati ad hoc. Noi, a piangere le catastrofi dei nostri centri storici medievali, borghi suggestivi che giustamente conserviamo con orgoglio ma poi, a conti fatti, chissà se ne vale davvero la pena.
Una direttrice marketing di una importantissima multinazionale giapponese produttrice di macchine fotografiche che aveva ingaggiato l’agenzia di comunicazione a cui prestavo il mio contributo come copy mi aveva commentato con un’enfasi smisurata, al primo incontro di brief, i loro paradigmi corporate irrinunciabili cesellati a grandi lettere (anzi, ideogrammi) su una parete della sala riunioni in cui mi aveva ricevuto.
Li aveva snocciolati uno a uno, tenendo il braccio sinistro appoggiato sul ventre come a proteggere, celato all’interno, una nuova vita in progress che poi ho scoperto non esserci mai stata. Si trattava solo di una postura non riconducibile ad alcuna visione zen della maternità. Semmai, un lascito imposto dalla memoria muscolare sopravvenuta a seguito della convalescenza della frattura allo scafoide carpale. Riabilitato l’osso, qualcuno mi disse che, nel dubbio, insisteva a porsi in quel modo proprio come le avevano prescritto i medici a ridosso dell’intervento, con l’arto adagiato sulla pancia che non era gravida, come pensavo, ma solamente gonfia a causa di abitudini alimentari poco coerenti per un salutare bilanciamento dei ritmi blandi del ruolo che occupava.
Da quando mi concedo una sigaretta da seduto ogni tanto, dopo il caffè, anch’io ho preso lo stesso vezzo. Tengo il mozzicone acceso con la destra e la sinistra la lascio lì, ad accompagnare il respiro con cui si perpetua un rito tutt’altro che salutare, anche se, da quando ho perso venti kg e sono completamente astemio, dello stomaco da bevitore che potrebbe sostenere il braccio con naturalezza resta solo la reminiscenza di un incubo come quello di uno spot in bianco e nero che vedevo alla tele, quando ero bambino. C’era un popolare attore di teatro che si svegliava e, saltando di gioia sul materasso, celebrava la linea perfettamente rientrata nei parametri della salute dopo un brutto sogno. Per riprodurre fedelmente quella postura che mi ha tanto colpito, il polso sul ventre girato all’insù, mi trovo però costretto a scivolare un po’ in basso sulla sedia in modo da favorire una curva del bacino sufficiente a mantenere il braccio sinistro in equilibrio. E mi comporto affinché lei, la manager italiana dell’azienda giapponese, dalla sua alta pianura del cielo – anche se non credo sia morta, anzi spero proprio di no – possa osservarmi in qualche modo e far notare, a qualche suo omologo del mio aldilà di pertinenza, che il suo sermone di quella volta là non è stato per nulla fuori luogo e, anzi, almeno a qualcosa è servito.
Ma non è certo per l’efficacia di questo tentativo di indottrinamento che, vent’anni più tardi, ho acquistato un’automobile pensata e costruita in Giappone. Sulle pareti del separé dietro al quale metteva in scena le sue performance di persuasione l’addetto alle vendite con cui mia moglie ed io stavamo definendo i dettagli del contratto, non si scorgeva nulla che ci spingesse ad analoghe speculazioni sulla relazione tra la fatica quotidiana e una supposta pace interiore. Ad attirare la nostra attenzione di clienti, piuttosto, un diplomino che attestava i target raggiunti, una specie di conferimento di premio per gli introiti accumulati dall’azienda grazie al suo darsi da fare, affiancato da qualche stampa dozzinale a colori pastello, totalmente decontestualizzata.
Ma un anno dopo l’immatricolazione, al primo tagliando che, previsto dagli accordi di garanzia, avrebbe dovuto necessariamente essere effettuato nella stessa concessionaria in cui avevo comprato la macchina, ha colpito la mia attenzione l’ostensione di una specie di decalogo con i buoni propositi di relazione con il cliente altrettanto incisi, nero su bianco, alle spalle degli addetti all’accettazione dell’officina, al piano inferiore della sede. Tutto vero e tutto molto bello, ma converrete con me sugli oneri a svantaggio del proprietario che dotarsi di una vettura comporta. Il suo valore, più o meno spalmato in rate mensili talvolta per anni, se non lustri; i costi obbligatori di tasse e assicurazioni; il carburante e, soprattutto, la manutenzione ordinaria e straordinaria. Tutti esborsi con una cadenza periodica e spesso assai ravvicinata che ricordano, come qualunque filosofia nata osservando i cicli della natura, l’avvicendarsi delle stagioni, degli anni, della vita in sé e della morte.
Ho ritrovato però parte di quell’approccio al marketing dell’empatia nel “grazie” proferito, in quel tono con cui si comunica qualcosa di ineluttabile, dal meccanico di quella concessionaria in risposta alla mia conferma di preventivo per la sostituzione di entrambi i cuscinetti posteriori e del mozzo della mia utilitaria, qualche giorno fa. “Abbiamo identificato il motivo del rumore che ci ha segnalato”, ha esordito nella chiamata che aspettavo, la mattina successiva a quando avevo lasciato l’auto per l’intervento straordinario, nello stesso ufficio in cui mi reco per gli esosi periodici controlli di routine. A questa premessa è seguita un’anamnesi del caso espressa in un linguaggio ricco di tecnicismi decisamente fuori luogo per un interlocutore non del settore. Il terrore di non comprendere cosa mi si dice, una sorta di senso di “Lost in Translation” che mi assale sia al cospetto di lingue straniere sia quando sono esposto ai vocabolari esclusivi degli addetti ai lavori che non sono i miei, mi tormenta da sempre. Ma, lessico o no, con la macchina rotta c’era ben poco da fare.
“Il costo è di ottocento cinquanta euro, possiamo procedere?”. Il suo ringraziamento, seguito alla conseguente mia ovvia approvazione, un sì a cui non avrei avuto alcuna possibilità di esimermi, mi ha permesso, però, di ricredermi sulla categoria non solo dei meccanici ma dell’intera filiera dell’automotive. Per me, portare l’auto dal meccanico comporta infatti la stessa angoscia di recarmi dal medico. Attendo qualche giorno prima di prendere appuntamento, spero che il guasto in qualche modo rientri da sé, vivo con forte agitazione il gap di competenze che separa un lavoratore della cultura come me da un operaio che trasforma e rimette in sesto la materia di cui ha completa dimestichezza. Nel mio lavoro, a volte, basta convincersi di aver raggiunto un obiettivo anche solo per aver provato a concludere un task perché ho a che fare con materiale umano e non è detto che, dall’altra parte, ci sia la volontà di accogliere il mio operato e di lasciare che i miei sforzi portino a compimento il miglioramento di una condizione o la semplice soluzione di un problema. Questo sia quando mi occupavo di comunicazione per i giapponesi, sia ora che lavoro con i bambini.
Per un meccanico, come potete immaginare, è un altro paio di maniche. Mica è sufficiente una buona intenzione per far sì che una vettura torni a funzionare come prima, e se il meccanico non ci riesce la macchina è da sostituire e la responsabilità va imputata al suo fallimento, per non parlare del rischio a cui una manutenzione negligente può esporre chi si mette al volante dell’auto riparata male, una volta consegnata. Questa condizione di profonda subalternità con cui vivo il rapporto con i tecnici – di qualunque disciplina – mi fa percepire il contatto con loro con disagio addirittura superiore allo stare al cospetto di un maschio alfa in grado di combattere, procacciarsi il cibo a mani nude o impartirmi una qualsiasi spiegazione operativa riguardo a un qualunque argomento pratico. Sistemare le cerniere vasistas a una porta-finestra, parcheggiare l’auto in discesa in montagna, preparare una cheesecake. Per questo, un meccanico che mi dice grazie è un passo in avanti, e forse lo scintoismo c’entra. Prima avevo una Citroen Picasso ma i francesi sapete come sono, e non c’è proprio storia. Più economici, ma molto più sbrigativi nei confronti dei loro cugini d’oltralpe, per non parlare della competizione reciproca. I giapponesi, rispetto a noi, giocano ben altro campionato.
L’officina dove ho portato l’auto a riparare, e che fa parte dell’imponente concessionaria in cui l’ho acquistata, si trova a quasi sette km da casa mia. Una distanza, però, tutt’altro che lineare, se percorsa in auto, in quanto alterna tratti di tangenziale e svincoli di arterie di grande comunicazione a zone residenziali della periferia ovest di Milano. Un mix promiscuo di sobborghi, modernità provvisoria, incuria, campagna, quartieri dormitorio, aree verdi palesemente artefatte e siti produttivi in grado di soddisfare chi – come me – subisce il fascino ambiguo degli ambienti metropolitani decentrati. Uno dei miei passatempi preferiti – lo esercito da tempi non sospetti – è quello che ho scoperto da poco chiamarsi urban trekking, attività che pratico proprio nelle zone ai confini della città, luoghi che normalmente si osservano a bordo di un’auto o di un tram o di una metropolitana leggera che si dirige, in superficie, verso le zone più curate e patinate nel cuore di Milano. Camminare a ridosso di un ponte della tangenziale o sui marciapiedi deserti delle aree industriali, luoghi a misura di tir poco battuti dai pedoni, offre scorci spesso appannaggio di chi lavora o addirittura vive lì, in qualche catapecchia che si affaccia su una viuzza nascosta da capannoni o piloni autostradali, luoghi altrettanto ricchi di storia e dignità di narrazione.
Dovendo recarmi in autonomia a recuperare l’auto rimessa in sesto, ho pensato così di percorrere quella distanza a piedi. Non c’era nessuno disponibile ad accompagnarmi con la sua macchina e coprire il tragitto con i mezzi pubblici, come avevo fatto una volta affidata l’auto al meccanico il giorno prima, non sembrava un’opzione molto più rapida. Certo, un conto è percorrere sette km in quasi un’ora con il culo sul sedile della metro leggendo un libro, un conto è fare lo stesso a piedi. Ma ero ancora in vacanza e, come vi ho detto, fare quattro passi non mi spaventa per nulla. Ma se ho pensato di compiere un vero e proprio atto di pellegrinaggio, una sorta di cammino di Santiago in miniatura verso l’officina, non è solo per questo.
Tanti anni fa accompagnai un amico ad acquistare il suo primo sintetizzatore in una storica rivendita di strumenti musicali del Piemonte. In realtà Massimo non era un vero e proprio amico, piuttosto di un conoscente che si dilettava a strimpellare, ma – a detta di tutti – completamente privo di capacità. Ma si sa, da ragazzi il significato di amicizia è oltremodo versatile.
Massimo non sapeva suonare per nulla, ma andava dicendo di voler approfittare di quel primo strumento per imparare a farlo, progetto che poi non è mai andato in porto, come leggerete più avanti. D’improvviso si era trovato a disposizione un mucchio di quattrini, non ricordo per quale motivo: se avesse beneficiato di un’eredità, un tredici al Totocalcio, un premio assicurativo come conseguenza di un incidente in motorino o forse un parente gli aveva regalato dei soldi.
L’unico talento di cui era provvisto era una accentuata ma presunta somiglianza – almeno lui sembrava convinto di ciò – con John Taylor, il bassista dei Duran Duran. Eravamo a metà degli anni ottanta e la band inglese aveva raggiunto un livello di celebrità senza precedenti. Attribuirsi un qualsiasi tipo di appartenenza a quel modello estetico e a tutto ciò che comportava la moda di quel tipo garantiva non pochi fattori competitivi in fase di approccio con le ragazze, e il mio conoscente aspirante tastierista (non avrebbe potuto millantare una somiglianza con Nick Rhodes, troppo poco in linea con gli standard maschili permeati dalla cultura machista latina in voga da noi) faceva leva, senza esitazioni, su tutti i vantaggi di questa sua apparente peculiarità. Che poi, a pensarci bene, nella quotidianità, privo di un pesante intervento del parrucchiere, del truccatore e di un outfit smaccatamente new romantic, John Taylor non lo ricordava per nulla. Massimo però sosteneva di essere talmente convinto di questa somiglianza da riuscire a convincere anche il prossimo. Un approccio da mentalista di cui, durante il viaggio in treno (eravamo poco più che diciottenni e nessuno dei due era automunito) verso il negozio di strumenti musicali, mi diede ampie spiegazioni.
Mi disse che, desiderando fortemente una cosa, c’erano ampie possibilità di ottenerla. Secondo Massimo, esercitando con i dovuti accorgimenti il potere del pensiero l’uomo è in grado di forzare esiti, modificare scenari e pilotare conseguenze. Mi confessò che il suo sentirsi perfettamente consapevole di somigliare a John Taylor era talmente potente da indurre, chi lo osservava, a fare altrettanto. Addirittura mi raccontò un aneddoto che ha dell’incredibile. I Duran Duran parteciparono come ospiti al Festival di Sanremo del 1985. Grazie a una sua conoscenza piuttosto influente nella politica locale, era riuscito a intrufolarsi a una festa nell’hotel in cui i cinque musicisti britannici soggiornavano, un party a cui avrebbero partecipato come guest star. Massimo si presentò conciandosi il più possibile come John Taylor, e quando Simon Le Bon scese dalla stanza si diresse immediatamente da lui, stupito per il fatto che non pensava si trovasse già lì, per poi scoprire divertito l’arcano. Naturalmente non ho mai creduto a tutto ciò. Non nego che Massimo abbia davvero partecipato alla festa, ma dubito che il resto possa essere accaduto veramente.
Ne rimasi comunque indubbiamente colpito, e nonostante ciò gli risposi cercando di confutare con lo scetticismo la sua teoria. Sarebbe troppo facile, gli dissi, e poi se tutti adottassero questa strategia ci sarebbero conflitti tra i numerosissimi tentativi di trigger sugli accadimenti e che, insomma, ne deriverebbe un bel casino. Un traffico di energie occulte in grado di sovvertire le leggi naturali. Ovviamente non si ritrasse di un millimetro dalle sue convinzioni, d’altronde una tale ottusità comportava di rimando l’esercizio di un muro di gomma con una forza respingente da record.
Mi sfidò a una dimostrazione per assurdo, chiedendomi di provare. Mi chiese di pensare fortemente una cosa, di esprimere un desiderio con totale convinzione, di volere qualcosa trascendendo la mente e di distribuire l’anelito a tutte le membra. Non ci riflettei due volte e, con una mimica che non ho difficoltà a immaginare, la tipica espressione di chi cerca di spostare oggetti o piegare cucchiaini con gli occhi, desiderai fortemente che, con tutti quei soldi a disposizione, Massimo acquistasse lo stesso synth anche a me. Si trattava di un modello molto in voga ai tempi che torreggiava sulla strumentazione delle band che conferivano, con quell’elettronica un po’ pionieristica, un taglio innovativo al pop rock dell’epoca.
Quando dopo qualche minuto me lo chiese, non gli rivelai per nulla ciò su cui mi stavo concentrando, sapete che i desideri è meglio tenerseli per sé perché poi non si avverano, e a posteriori credo di aver commesso un errore. Se gli avessi confessato la verità, non è detto che, per dimostrare di aver ragione sul potere della mente e sui riscontri delle sue teorie, non lo avrebbe esaudito. Perché, come potete immaginare, usciti dal negozio di strumenti, di synth ce n’era solo uno, nel carrello, e non era il mio. L’unica soddisfazione era la certezza che Massimo, in fondo, si era confermato il ciarlatano e il fanfarone che si sapeva in giro. Quel modello di tastiera era totalmente fuori dal mio potere d’acquisto, da sempre ero così squattrinato da dovermi accontentare di strumenti presi in affitto o di risulta, con penalizzanti compromessi in termini di qualità, a scapito della mia arte.
Qualche mese dopo, però, accadde qualcosa di straordinario. Ricevetti una telefonata di Massimo in cui mi confidò che, non avendo cavato un ragno dal buco con il synth nuovo, pensava di provare con il basso, un upgrade che peraltro gli consentiva di impersonare il suo beniamino con un approccio filologico superiore. Avrebbe potuto essere John Taylor non solo alle feste, ma anche sul palcoscenico. Mi propose così in vendita il synth a metà prezzo, occasione che non mi lasciai scappare. Concluso l’affare, pensai che forse era frutto di quella specie di performance nel paranormale a cui mi ero sottoposto in sua presenza e che qualche spruzzata di quella specie di ipnosi lo aveva investito. Forse la forza del mio pensiero, essendo un mentalista neofita, ci metteva un po’ ad attivarsi, era solo questione di tempo.
Mi è sovvenuto questo aneddoto quando ho deciso di percorrere quei sette km a piedi nell’hinterland milanese, in un pomeriggio di fine agosto e con una temperatura di trentasei gradi. Ho pensato che il pagamento di una cifra così ingombrante – ottocento cinquanta euro – valeva bene una sorta di redenzione fisica. Se avessi affrontato una prova così estrema, in grado di umiliare il mio corpo, pensando fortemente all’ingiustizia di un costo così sproporzionato per un servizio ricevuto, forse nel frattempo il preventivo che avevo accettato si sarebbe assottigliato, oppure l’impiegato all’accettazione, a cui avrei effettuato il pagamento, avrebbe percepito la mia chiamata mentale e avrebbe adeguato il totale, iva compresa, al mio sforzo mistico.
Il percorso da casa mia alla concessionaria, tracciato grazie a Google Maps, nel frattempo mi esponeva a zone di Milano realmente sorprendenti, tutte differenti e a tratti addirittura antitetiche, per motivi diversi. Ho percorso i quartieri di Bovisasca e Quarto Oggiaro, sono sceso lungo il sottopasso della stazione di Milano Certosa, ho camminato per un tratto di Viale Triboniano, cosa che fino a qualche anno fa sarebbe stata preclusa a qualunque essere umano dotato di buon senso o non appartenente a gruppi sociali usi a pratiche poco condivise in occidente, ho visto da vicino l’incantevole zona di Garegnano e ho attraversato le ultime due arterie – pericolosissime per i pedoni ma, con molta gente ancora in vacanza, in quel momento quasi deserte – raggiungendo alla fine l’officina. Nonostante sia stato rapito dal controverso fascino di tutti quei luoghi così differenti tra loro, a ogni passo ripetevo dentro di me il mantra utile a forzare il corso degli eventi. Con un’adeguata meditazione, avrei sicuramente spuntato uno sconto o chissà, magari grazie a un miracolo, una grazia concessa a seguito di una sinergia tra il dio dei giapponesi e la mia capacità di raccoglimento, mi sarebbe stato azzerato l’intero importo.
Giunto a destinazione, l’addetto alla restituzione della macchina si è profuso in alcune freddure per sdrammatizzare la chiusura della pratica. Ha scherzato su quel momento definendolo il più atteso dall’azienda produttrice, un po’ meno dai clienti. Ha digitato un po’ di dati sulla tastiera del pc, stampato un paio di fogli, ha rintracciato le chiavi in una bacheca e mi ha presentato il conto, perfettamente in linea con il preventivo. Ottocento cinquanta euro, non un centesimo in meno. Rassegnato all’evidenza dei fatti, una parte di me però ha esultato e si è compiaciuta: Massimo, quella volta, non poteva aver ragione. E chissà poi che fine ha fatto, se è ancora bello come John Taylor – spero di sì – e se è consapevole che qualcuno, ogni tanto, pensa che comunque, come farneticava lui, non sarebbe male se la vita fosse così ingenua. Vuoi una cosa, la pensi un po’, e ti si materializza davanti. La mente, una specie di stampante 3D, un distributore automatico di desideri esauditi.
Ma non è finita. Completata la transazione con la carta di credito – ricordo, se non vi è del tutto chiaro, ottocento e cinquanta euro per i due cuscinetti posteriori e il mozzo – mi sono avviato dall’officina per seguire le indicazioni utili a recuperare l’automobile, tra le decine appena riparate e parcheggiate nello spazio antistante la concessionaria. Poco dopo averla individuata, ho notato però un uomo accostare la porta degli uffici delle vendite per raggiungere la sua, di macchina. Ho riconosciuto immediatamente Franco Mussida, lo storico chitarrista della PFM, band di cui sono fan sin da bambino, inconfondibile – nonostante l’età – per i suoi lunghissimi capelli bianchi.
Mussida, che da tempo non è più nella formazione con Franz Di Cioccio e gli altri, ha evoluto la sua arte – non solo musicale – dando vita a opere dal carattere molto spirituale, intimo e riflessivo. Ne aveva parlato addirittura in una trasmissione tv a cui avevo assistito per caso, qualche anno fa, in onda sull’emittente TV2000, un canale di dichiarata ispirazione cattolica, in cui è facile imbattersi in trasmissioni in diretta delle attività del Papa e dei principali eventi ecclesiastici. Una specie di Radio Maria, ma in versione video.
Ho colto immediatamente l’aspetto mistico di quella visione. A qualcosa, il mio pellegrinaggio era comunque servito. Ho preso coraggio e mi sono fatto avanti. Mi sono sincerato che fosse davvero lui, mi ha porto la mano che gli ho stretto, dichiarando il mio fervore per la sua musica, gli ho confidato una conoscenza comune – una sorta di unico grado di separazione, dettaglio che ha mostrato di apprezzare, e ci siamo accomiatati verso le rispettive incombenze.
Rientrando a casa con l’auto, finalmente rimessa a nuovo e silenziosa come un’auto ibrida deve essere – il logorio dei cuscinetti generava un ruggito fastidiosissimo che penalizzava fortemente l’esperienza di guida – ho pensato se esista un luogo in cui le celebrità e le persone importanti e potenti della terra si riuniscono per fare il punto e, chissà, stabilire quali persone siano degne di facoltà soprannaturali, come quella che rivendicava Massimo per sé. Nella mia vita, oltre a musicisti famosi come Mussida, ho sfiorato presentatori tv, un presidente della Repubblica e altre influenti personalità della politica, e persino uno scrittore. Magari si incontrano e, chiacchierando del più e del meno, viene fuori il mio nome. Chi mi ha incontrato presso la concessionaria delle automobili, chi nel mezzo di un corteo un 25 aprile, chi ha letto il mio curriculum, chi mi ha promosso all’esame di sociologia della comunicazione, chi ha letto la mia email con, in allegato, un remix non richiesto di una sua canzone. Il mio nome, chiacchierando, a uno magari viene fuori per caso, e qualcun altro si chiede dove possa averlo già sentito.